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“Sotto un cielo rosso sangue”, intervista a Tullio Dobner

Tullio Dobner è conosciuto principalmente per essere stato il traduttore ufficiale di Stephen King per oltre trent’anni, e di altri autori tra i quali Clive Barker,  Peter Straub,  Dean KoonzJonathan LellermanJohn Grisham e Sidney Sheldon. Ma Tullio Dobner è anche uno scrittore poliedrico, e Luigi Boccia l’ha intervistato in occasione dell’uscita dell’antologia Sotto un cielo rosso sangue, curata in collaborazione con Lorenzo Ricciardi e pubblicata da Weird Book, in cui Dobner è presente con il racconto Bandits Revisited. L’antologia vanta tra le firme più prestigiose del panorama italiano ed internazionale:  Joe R. LansdaleRamsey CampbellAlan D. AltieriMichael LamoGianfranco NerozziDario TonaniStefano Di MarinoNicola LombardiMassimo PerissinottoGiada CecchinelliDiego Matteucci e Christian Sartirana.

acquista su www.weirdbook.itLUIGI BOCCIA: Bandits Revisitedquando nasce questo racconto? A cosa ti sei ispirato?

TULLIO DOBNER: Un paio di anni fa ero in assiduo contatto con Paolo d’Orazio, con il quale avevo collaborato brevemente alla nuova rivista Shinigami, una iniziativa di alta qualità e poca fortuna. Prima che la pubblicazione fosse sospesa, avevo preparato un nuovo racconto adatto al tenore della rivista e morta la rivista il racconto è rimasto nel cassetto per due anni. Non è il genere in cui mi cimento di solito. Preferisco trattare argomenti esistenziali. Ma per molti anni avevo conservato nell’archivio delle “cose fattibili” un interesse morboso per il soprannome di “one-arm bandit” che avevano dato negli anni Cinquanta alle slot machine con la leva.

Negli anni Sessanta un fatto increscioso analogo a quello raccontato come antefatto avvenne effettivamente proprio all’interno della mia famiglia britannica e proprio riguardo a un commercio di slot machine. Ho messo insieme le due cose e ho finalmente messo nero su bianco quella particolare “cosa fattibile”. Il titolo è un tributo a Bob Dylan e Elmore Leonard ed crea una sorta di polisemia con i personaggi antichi e attuali e con il vero protagonista del racconto.

L. B.: Esiste un genere che prediligi nella scrittura?

T. D.: Forse nella scrittura sì. Scrivo molto poco, solo per divertimento, mai con la prospettiva di un pubblico. Dunque tendo a “fare questa fatica” solo per argomenti che stimolano la mia curiosità sulle difficoltà esistenziali dell’uomo, ma, credo, restando dentro schemi minimalisti, quotidiani e pratici. Mi piace entrare nelle personalità di gente comune, il vicino di casa, il negoziante all’angolo, mettendoli in situazioni impreviste o addirittura inverosimili. Penso di avere la tendenza a suscitare emozioni dal paradosso più che dal raccapriccio.

acquista su www.weirdbook.itL. B.: I libri che perdevano le parole è la tua prima raccolta di racconti che risale al 2000, pubblicata con la Sperling. Non hai mai pensato di raccogliere in un secondo libro altri racconti già pubblicati o inediti?

T. D.: Un libro sfortunato. Uscì a ridosso dell’estate in un momento in cui il posto di addetto stampa era vacante e non ci fu promozione da parte dell’editore. Il titolo fu un errore redazionale. Il racconto scelto perché facesse da titolo alla raccolta si chiamava Lapsus ed era decisamente migliore, anche come titolo generale. Ma si volle cambiarlo e scoprii poi nelle librerie che tutti credevano che fossero racconti per bambini. Comunque: la raccolta ha per tema conduttore la presenza di un esercizio commerciale come sfondo. Dal progetto mancava un solo racconto di cui avevo l’idea ma non l’impianto. Lo scrissi più tardi e lo pubblicai su Shinigami. Altri, pochi, racconti che ho scritto non hanno niente a che vedere con quella raccolta particolare, eppure l’idea di riproporre i vecchi racconti che in pratica non ha letto nessuno mi è venuta. Aggiungendo in qualche modo quelli inediti. Se si presenterà l’occasione.

L. B.: Durante un’intervista hai detto che le traduzioni sono un’ottima palestra per un autore (e tu hai firmato centinaia di libri dei più importanti autori del panorama contemporaneo, da S. King a C. Barker da J. Grisham a D. Koonz), ma lamentavi il fatto che le traduzioni ti hanno “succhiato” un pezzo di vita, sottraendoti tempo prezioso. Quali sono i libri o i progetti ai quali avresti voluto dedicarti o l’hai fatto ma non hai dato abbastanza attenzioni?

T. D.: Quando scrivevo canzoni, ascoltavo musica tutto il giorno, anche mentre battevo a macchina le mie traduzioni. Quando mi sono dedicato alla fotografia per passione, compravo riviste di fotografia e manuali di composizione fotografica e andavo alle mostre fotografiche e lavoravo ore in camera oscura. Da giovane scrivevo più spesso, ma ero ancora fresco di letture, seppure soprattutto di testi universitari. Per scrivere bisogna leggere molto, ma tradurre non è leggere, è scrivere. Non è facile spiegare la differenza intima che c’è tra leggere per riscrivere e leggere per leggere, ma c’è ed è enorme. Alla fine di una giornata di traduzione non solo non hai veramente letto niente, ma hai già scritto abbastanza ed è difficile avere ancora voglia di farlo per sé. Così sono rimasti nel cassetto vari spunti per racconti e qualche romanzo o novella, ma spesso quando trovo un appunto antico non ricordo più di preciso come intendevo sviluppare quel tema specifico. Il tempo passa e cambiano anche gli interessi e le curiosità. Oggi però ho più tempo, traduco volentieri e con molta soddisfazione ma tenendomi del tempo per leggere. E se torno a leggere, allora chissà.

L. B.: Oggi i grandi marchi editoriali non danno più importanza a certi autori importanti di calibro che erano “moda” negli anni Ottanta/Novanta come Clive Barker, Peter Straub o Dean Koonz, perché secondo te?

T. D.: Non sono così addentro ai meccanismi editoriali per poter rispondere. Faranno adeguate indagini di mercato e si regoleranno di conseguenza. Posso esprimere però un’opinione sociologica molto personale da spettatore del mondo e dell’Italia. Da noi c’è stata una visibile regressione culturale che noto nei giornali, nei programmi televisivi, nel linguacquista su www.weirdbook.itaggio quotidiano, pieno di strafalcioni grammaticali e di inglesismi sbagliati importati da ignoranti e adottati da ignoranti. Questo ha favorito un livello verso il basso anche della lettura e gli autori che citi tu sono tra quelli che non si limitano a buttar giù una storia, ma ci mettono qualità estetica e stile narrativo.  Un livello di scrittura troppo impegnativo forse per il lettore medio moderno abituato a un vocabolario ristretto e a collegamenti sintattici approssimativi. E oggi le grandi case editrici  non fanno più cultura, fanno commercio, e tendono a offrire al lettore quello che vuole, non quello che è istruttivo e utile, come è inevitabile che sia nel rispetto di sani principi di marketing. La grande editoria commerciale ha probabilmente meno spazio per autori, diciamo per intenderci, un po’ più sofisticati, e bada giustamente al sodo. I piccoli editori indipendenti suppliscono giustamente offrendo un prodotto di maggior qualità letteraria. Ma in questo modo autori come quelli da te citati rischiano di restare a metà strada, fermi davanti al cartello del bivio. Tutto molto personale e non esaustivo, sia chiaro.

L. B.: Che eredità positive o negative ti ha lasciato tradurre un “mito” come Stephen King per trent’anni quasi ininterrottamente?

T. D.: Eredità solo positive, bei ricordi, anche quelli relativi a faticose nottate passate a scrivere pagine a mano da fotografare e inserire nel romanzo pubblicato. Pagine che non potevano avere errori e quindi ogni tanto andavano riscritte… C’è grande qualità di scrittura in King, c’è brillantezza e attualità, e c’è notevole affinità spirituale e filosofica tra noi due. Mi sembrava d’essergli seduto accanto, mentre lo traducevo…

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