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Il Pozzo dove tutti andiamo a pescare

“King si legge con lo stesso ritmo di un fiume che scorre:
con costanza e naturalezza. Parla alla portata di tutti,
parla con la paura ma anche con la speranza, perché sa bene
che senza speranza la paura non può esistere”

di Giada Cecchinelli

Se c’è una cosa che insegna Stephen King è che non si può parlare degli uomini senza conoscerli. La scrittura è un ponte, qualcosa che permette all’autore di arrivare al suo pubblico, di comunicare il suo stupore: le persone vedono, sentono, riescono quasi ad afferrare la sua penna attraverso le parole. Non si tratta di una semplice somma delle parti “soggetto-verbo-complemento” ma di una musica d’orchestra. Nel caso particolare di King, una musica d’orchestra nera fatta di mostri ed orrore… ma andiamo per gradi.

acquista su www.weirdbook.itL’umano è quanto di più complesso esista, non soltanto per la sua immaginifica biologia ma per tutti quegli accidenti che gli frullano per la testa: amore, odio, bene, male. Sono solo estremi delle mille sfumature di cui la vita li colora. Poi ci sono i motivi, tutto ciò che conduce qualcuno a comportarsi in un certo modo, a dire e pensare una certa cosa, e tutti quei motivi sono per ciascuno diversi, unici, plausibili e assurdi, per cui non c’è proprio nulla di semplice.

Il miglior manuale di psicologia non saprebbe dire con esattezza quale sia la formula per leggere la mente umana e se esista eppure ci sono delle persone “capaci”, senza una ragione apparente, di farlo, di leggere dentro gli altri e tirargli fuori pezzetti di anima. Se ne stanno lì con il loro biglietto fortunato e un posto d’onore in tribuna e dall’alto vedono tutto e sanno descriverlo con l’immediatezza di una fotografia. Alcuni passeggiano distratti nella vita di tutti i giorni, netturbini che lavorano di notte e ai quali si fa poco caso, estranei con cui si scambiano parole di cortesia in un bar e che lasciano un senso di sorpresa ma anche di pace, di leggerezza, come se in fondo la vita fosse qualcosa di semplice da spiegare e da capire, come se tutto avesse una logica spiegazione.

Altri hanno ricevuto il dono di un megafono emotivo, capace di arrivare alle orecchie di milioni di persone e se c’è qualcuno in grado di usarlo quello è proprio Stephen King. Ma come è possibile fare di una qualità una tecnica? Bisogna trovare la strada, quella giusta che porta nel luogo giusto dove “tutti alla fine andiamo a pescare”. Trovare il nostro Boo’ya Moon, il mondo parallelo e fantastico de La storia di Lisey (2006), dove «esiste veramente una pozza dove tutti noi […] scendiamo ad abbeverarci e a gettare le nostre reti

Quello che più semplicemente vuole ricordarci l’autore è che CISSICA esistono delle chiavi, dei punti fissi, degli indispensabili strumenti che hanno lo stesso colore, la stessa forma: i sentimenti da cui tutto nasce. E per quanto possano cambiare di intensità, il rosso è pur sempre rosso al di là della sfumatura che gli si vuole dare. L’intensità è una caratteristica che dipende strettamente dal fattore “rete”. Sì, perché in fondo a quel pozzo si gettano le reti per catturare il “grande bool”, l’idea, l’insight, e ognuna di queste reti si distingue per una sua particolare trama, grazie alle quale alcune cose filtrano mentre altre rimangono impigliate.

Ecco, ciò che rimane impigliato è essenzialmente quello che attiva il sentimento ed anche ciò con cui lavora Stephen King. E il suo “impigliato” è la paura, come sostiene lui stesso nella prefazione della raccolta A volte ritornano (1981): «La sostanza che la rete del mio setaccio trattiene è spesso a base di paura. La mia ossessione è il macabro.» In particolare ci tiene a sottolineare che «la paura è sempre stata qualcosa di grosso. Anche la morte è stata sempre qualcosa di grosso. Sono due delle costanti umane. Ma soltanto chi scrive dell’orrore e del soprannaturale offre al lettore l’occasione di un’identificazione totale e di una catarsi.»

Dunque il privilegio di King è quello di avere a che fare con un archetipo, uno strato intoccabile dell’essere umano da tutti condivisibile e che a tutti appartiene, e che il suo retino, il suo filtro, funzioni a dovere nel trattenere gli orrori impigliati. «Scrivere è un’occupazione da prendere un po’ alla “come viene, viene”. Penso che ognuno di noi abbia un filtro nel fondo della propria mente. A seconda del filtro cambiano la dimensione e le maglie della rete. Quello che nel mio filtro resta preso può scorrere via attraverso il vostro. Quello che il vostro filtro trattiene, può scivolare via attraverso il mio. Insito in ognuno di noi pare ci sia l’obbligo di setacciare la fanghiglia che si ferma nelle rispettive menti-filtro […]. La melma trattenuta dal filtro, la sostanza che si rifiuta di passare, diventa spesso l’ossessione personale di un individuo.» Ossessione, ricorrenza, eco dal pozzo, dall’oscurità che spaventa tutti quando non si conosce cosa nasconde, perché potrebbe nascondere qualunque cosa.

In un certo senso anche l’umidiccio odore stagnante del pozzo fa paura, un po’ come Boo’ya Moon che con il buio risveglia le sue creature e perde la sua piacevolezza. Forse per questo non tutti hanno la stessa voce e c’è chi invece si pone come privilegiato con quella storia del megafono emotivo: perché fondamentalmente non a tutti piace parlare della melma che stagna e perché per farlo ci vuole non poco coraggio e una sana paura. E Stephen King gode di entrambe le cose.

Ci vuole coraggio per rimestare le proprie paure e paura affinché abbia un senso avere coraggio. Non s’è mai visto che i coraggiosi affrontino orde di gattini, del resto… ma un gatto tornato dall’oltretomba che ricorda “un pezzo di carne”, un gatto istupidito e fetido, con le zampe sporche di terra e il muso di sangue che una bimba di nome Ellie chiama “Church”, quello sì, rende gli uomini coraggiosi. Tumuli smossi nella terra dei Micmac, tronchi accatastati come ossa, sono quel genere di cose che fanno di Pet Sematary (1985) un libro per persone coraggiose, in un certo senso.

acquista su www.weirdbook.itKing si legge con lo stesso ritmo di un fiume che scorre: con costanza e naturalezza. Parla alla portata di tutti, parla con la paura ma anche con la speranza, perché sa bene che senza speranza la paura non può esistere. Ogni volta cede al suo lettore un piccolo segreto, un barlume in più di una vita che continua, di un sogno che non muore, dell’amore che è eterno perché egli stesso sa che chi non possiede nulla non ha niente da temere, sa che la paura si alimenta delle cose che possiamo perdere. Così in quel pozzo pesca le storie degli uomini, pesca i loro sogni che come in un quadro fanno da sfondo alle grandi paure che restano impigliate nella sua rete, che sono un’ossessione e che non si stancano mai di urlare il loro nome.

(Tratto dal volume The King – Il Magazine)

 

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