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SHINING, il saggio: la recensione

 

Recensione del saggio SHINING, la voce del Re Rosso, di Giada Cecchinelli.
A cura di Roberto Bottero.

 

Ci sono storie che non finiscono mai quello che hanno da dire.
A pieno titolo Shining è quindi un classico del modern american gothic horror in cui convergono temi cari a King: l’infanzia, le dipendenze, la violenza famigliare, la scrittura come redenzione e riscatto, la follia, le ossessioni individuali e sociali [1].
Ma Shining è molto di più: nel corso dei decenni la storia ha finito per divenire una sorta di monstre a cavallo tra cinema e letteratura; un ibrido tra linguaggio cinematografico e letterario che l’ha reso iconico ed unico.
Il lavoro che l’autrice è stata capace di fare non è cosa da poco perché Shining è una creatura viva, che non si fa imbrigliare e che sembra mutare nel tempo: è come una zona del tempo alterata, una sorta di anomalia insondabile.

acquista su www.weirdbook.itShining è un’ossessione pulsante.
King aveva una visione umanista che si contrappose con quelle estetica di Kubrick; King credente (a modo suo) contro lo scettico Kubrik; lo scrittore morale (non moralista) contro il regista relativista.
Ha trattato il rapporto tra film e romanzo Alessandro Gnocchi [2] come molti hanno fatto prima di lui. Difatti la maggior parte degli studi [3] su questa immensa opera sono molto spesso legati alla visione che ne ebbe Kubrik, che come sappiamo fu sempre pesantemente criticata da King: non è un caso che quando si parla di Shining l’immagine che ricorre più prepotente ed immediata è quella di Jack Torrance che con il suo ghigno indemoniato e lo sguardo feroce sbircia dalla porta che ha squarciato con la scure nell’intento di aggredire Wendy.
Una scena che ha ammaliato l’immaginario collettivo, un po’ come la scena della doccia in Psycho in cui di Marion si vede solo il profilo dietro la tendina di plastica.
Da queste premesse, si comprende come un esame del testo letterario sia tutt’altro che semplice perché le influenze cinematografiche sono persistenti, soprattutto dopo l’uscita sul grande schermo di Doctor Sleep che ripropone le atmosfere di Kubrik.
Giada Cecchinelli ha il merito di esaminare quello che King ha voluto realmente raccontare: un dramma famigliare e, prima ancora, individuale.
King non voleva scrivere una storia horror ma un dramma famigliare: sappiamo che Kubrik ritenne il bagaglio emotivo della famiglia Torrance non necessario e difatti nel film valorizza ben altri aspetti, indulgiando anche nel gore.
Lo studio dell’autrice è preciso, lucidissimo, che mostra una profonda conoscenza della psiche umana e dei suoi meccanismi.
Sgomenta e non poco quando Giada ci racconta di Jack: non intendo spoilerare la splendida lettura di questo studio ma credo che in pochi abbiano affrontato con tanto acume uno dei temi centrali della narrativa di King, ovvero il passato.
Il passato può darti la caccia senza tregua se non lo affronti e non instauri una estenuante trattativa per conviverci insieme.
Jack non solo non fa i conti con il suo passato ma ne fugge, ne ignora i passi sempre più vicini.
Come osserva Sidney Poge [4], in qualche modo Jack all’Overlook si trasforma in Hyde, un Hyde che però ha sempre albergato in lui e che è sempre stato consapevolmente represso.
Al pari di Wendy che continua a portarsi addosso quel pesante fardello di rassegnazione e di cieca speranza, di sterile fiducia.
E, alla fine, il passato ha le fauci dell’Overlook.
Evidenzia Grixti che il passato dell’albergo, al pari dei suoi protagonisti, infesta il presente in un crescendo di intensa malignità [5].
La brillante analisi di Giada in qualche modo mette ordine soprattutto per ciò che riguarda i tre membri della famiglia Torrance, su cui buona parte degli studi sin ora pubblicati non ha mai approfondito più di tanto.
Il pregio di questo notevole studio di Giada sta, credo, proprio nel restituire la nuda e fragile umanità di questa famiglia che bene esemplifica la crisi profondissima della middle class americana degli anni ’70, preda di enormi assestamenti politico – sociali ed economici.
Vi sono, nel romanzo, episodi significativi anche se non appaiono tali.
Due esempi su tutti: gli episodi della rottura del braccio di Danny da parte di Jack e le vespe sul tetto dell’albergo sono due dettagli che Kubrik non ha mai mostrato e che anche il lettore più attento tende a recepire come eventi tutto sommato neutrali e di poco spessore.
In realtà, e l’autrice lo illustra con efficacissima precisione, sono episodi estremamente importanti il cui significato il lettore di questo saggio non tarderà a scoprire: se l’aggressione a danno di Danny può apparire di immediata intuizione, c’è qualcosa di più profondo da capire, mentre ben altro rappresentano le vespe.
La simbologia in King è potente.
L’autrice mostra come in Shining l’adulto fugga (o meglio, cerchi di fuggire) dal bambino che è stato per evitare quel buio che l’ha fatto soffrire, contrariamente a quanto accade in IT dove invece l’adulto ritorna al bambino che era per combattere il passato che è tornato a ghermirlo.
E nel buio ci torna, fino in fondo.

In Shining, il cui lato oscuro ammalia e affascina Jack con le sue promesse di scintillante successo (e Jack ha una fame nera di successo), si ha la sensazione che il tempo – su cui Giada offre splendide pagine dove richiama l’influenza importantissima che ha avuto E. A. Poe – sia qualcosa che si ripete incessantemente senza futuro, senza un domani.
Ti aspetterò all’inferno, Robbie, e quando arriverai, avrò un cucchiaio. Lo userò per i tuoi occhi. Ti mangerò gli occhi, Robbie, te li mangerò e rimangerò, perché l’inferno è ripetizione”.
Così dice Linoge a Robbie (che sappiamo essere l’anagramma di Legion: come ti è venuto in mente diavolo di uno Stephen?) ne La Tempesta del Secolo [6], magnifica sceneggiatura dello scrittore del Maine.
acquista su www.weirdbook.itE forse è proprio così perché i fantasmi dell’Overlook che appaiono nella Sala delle Feste tornano e ritornano, incessanti.
Danny percorre e ripercorre col suo triciclo quei corridoi psichedelici sino ad imbattersi nelle gemelle Grady.
Jack batte ossessivamente alla macchina da scrivere la frase “Il mattino ha l’oro in bocca”, riempiendo pile di fogli.
Shining è una cosa viva, è un pozzo nero nel quale possiamo finire tutti e che forse è la gola del Re Rosso.
Resta il fatto che l’autrice è stata capace di entrare non solo dentro l’Overlook ma anche dentro la mente di Jack, Wendy e Danny, muovendosi a suo agio, percorrendo corridoi e stanze, ricordi ed emozioni, sensazioni e paure.
E non è poi un caso che l’autrice volga il suo sguardo anche al Re Rosso: sappiamo come l’Universo de La Torre Nera sia la mappa del territorio narrativo kinghiano e Shining è una delle sue regioni più oscure, più magmatiche e che in qualche modo ricorda quel fenomeno anomalo noto come “Il Bagliore” (toh, guarda) che ci racconta Jeff VanderMeer in Annientamento, primo capitolo della Trilogia dell’Area X [7].
Sfidando l’Ombra, Giada ci ha riaccompagnato all’Overlook ed è stata una visita guidata durante la quale io personalmente ho avuto paura perché l’autrice ha uno stile e un linguaggio efficacissimi, nessun fraseggio paludato, nessun tecnicismo, nessuna ampollosa apologia a Stephen King bensì onestà intellettuale, competenza, passione, metodo, rigore e chiarezza cristallina.
Poi, Giada ci ha riportato fuori, al sole.
Guardiamo il labirinto di siepi ma, vedi Giada, forse li è meglio non andarci: è un’altra delle bocche del Re Rosso.
Shining resta inafferrabile, una sabbia mobile psichica in cui ogni studio può scovare gemme oscure e, naturalmente, luccicanti.
Giada Cecchinelli ne ha scovate, di queste gemme, e ce le ha regalate in questo contributo prezioso.
Perdonerà l’autrice se ho frainteso o capito male qualcosa del suo studio che è sicuramente un must per tutti gli appassionati di questa grande tragedia famigliare.

Roberto Bottero

 

[1] Le opere di studio su Shining sono numerose: tra i contributi più importanti, si v. J. Sears, Stephen King’s Gothic, University of Wales Press, 2011 e, almeno, H. Strengell, Dissecting Stephen King: From The Gothic To The Literary Naturalism, Popular Pr of Bowling Green State, 2006.

[2] A. Gnocci, I segreti di “Shining”. King contro Kubrik, Barney, 2015.

[3] Su cui ad esempio, si v. il fondamentale e mastodontico D. Olson (edited by), Studies in the Horror Film: Stanley Kubrick’s The Shining, Cemetery Dance Publications, 2015 in cui tra l’altro Bev Vincent nel suo contributo The Genius Fallacy: The Shining’s “Hidding” Meanings, p. 293 ss. demolisce le leggende che vorrebbero vedere nel film significati nascosti di ogni tipo.

[4] S. Poge, Character Trasnformation in The Shining, in T. Magistrale, a cura di, Discovering Stephen King’s The Shining, Wildside Press, 2006, p. 50.

[5] J. Grixti, Terrors of Uncertainty. The Cultural Contexts of Horror Fiction, Routledge, 1989, p. 58.

[6] S. King, La Tempesta del Secolo, Sperling & Kupfer, 1999, p. 250.

[7] J. VanderMeer, Annientamento, Einaudi, 2015.

 

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